Pastorale Americana di Philp Roth

Pastorale Americana
di
Philip Roth

Pastorale Americana di Philip Roth

Titolo: Pastorale Americana

Autore: Philp Roth

Editore: Einaudi

Genere: narrativa contemporanea

Prezzo ebook: 7,99 € Amazon 

Prezzo cartaceo: 11,90 € Amazon 

 

Sinossi:
Seymour Levov è un ricco americano di successo: al liceo lo chiamano «lo Svedese». Ciò che pare attenderlo negli anni Cinquanta è una vita di successi professionali e gioie familiari. Finché le contraddizioni del conflitto in Vietnam non coinvolgono anche lui e l’adorata figlia Merry, decisa a portare la guerra in casa, letteralmente. Un libro sull’amore e sull’odio per l’America, sul desiderio di appartenere a un sogno di pace, prosperità e ordine, sul rifiuto dell’ipocrisia e della falsità celate in quello stesso sogno.

 

recensione passionelibroblog

 

Sono consapevole del grande rischio che sto correndo nell’andare a parlare non propriamente bene, ma neanche tanto male, del suddetto libro. Pastorale Americana ha vinto un Pulitzer e, un autore del calibro di Roth, non può e non deve essere toccato; forse sì, forse no, io viaggio controcorrente e ho un blog: un accoppiata pericolosa non c’è dubbio.

La recensione sarà sicuramente soggettiva per il semplice fatto che da un punto di vista tecnico Pastorale Americana è perfetto e voglio ben vedere, se così non fosse mi sarei data all’ippica e dalla groppa di un cavallo avrei cominciato a urlare: “fanculo mondo” in forma di protesta. Ma grazie a Dio non serve che lo faccia.  Quindi quello che sto per dirvi sono le mie impressioni e anche aspettative infrante che ho avuto e subito durante la lettura di un libro che come ho detto al mio team: è bello ma noioso.

Philip Roth
Ho comprato questo romanzo dopo averne sentito parlare da Ilenia Zodiaco, data anche la sinossi riportata sulla quarta di copertina, mi aspettavo un viaggio insieme allo Svedese, affrontando con lui gioie e dolori di una vita che gli ha dato tanto, ma che ha anche presentato un conto salato da pagare.

In realtà il libro non è così e già questa per me è stata una gran delusione.

 

Il romanzo parte con Zuckerman, un autore di successo, vecchio e con un piede nella fossa che ci narra di questo Svedese, di quanto fosse ben visto dal quartiere in cui vivevano (Zuckerman era amico di Jerry, il fratello minore dello Svedese). Zuckerman ci narra per circa 150 pagine di quando da ragazzo idolatrava questo Svedese e dell’emozione provata ad averlo incontrato tanti anni dopo, quando ormai erano entrambi due uomini di successo.

Successivamente Zuckerman riceve una lettera dallo Svedese che lo invita a una cena, accetta in nome della stima e del rispetto che da ragazzo provava per lui; la cena si rivela noiosa e, agli occhi di Zuckerman, lo Svedese appare come un uomo banale, stereotipato e noioso, niente a che vedere con il grande sportivo che era ai tempi del liceo.

Passano gli anni tra i rimpianti di una giovinezza che non c’è più e Zuckerman, a una rimpatriata scolastica, incontra Jerry, il fratello dello Svedese, il quale gli racconta tutta la vita dello Svedese; aneddoto dopo aneddoto fino alla sua dipartita.

Siamo solo a pagina 150 circa e già conosciamo tutta la storia. Onestamente a quel punto del libro ho avuto l’impressione che il romanzo fosse finito lì e che continuare con la lettura non servisse a nulla.

Avevo ragione.

Andando avanti vediamo Zuckerman incontrarsi, dopo qualche tempo dalla rimpatriata scolastica, con una sua vecchia amica di liceo alla quale, in giovane età, aveva tentato di togliere il reggiseno. I due si mettono a ballare ma nel frattempo la mente del nostro narratore viaggia e soprattutto riflette sullo Svedese e su quello che gli era stato detto da Jerry, a quel punto incomincia la storia dello Svedese, raccontata non più in prima ma, bensì, in terza persona.

È chiaramente il nostro Zuckerman il narratore, colui che dopo aver rielaborato quanto dettogli da Jerry decide di scriverci un libro. La decisione di Roth di impostare la narrazione in questi termini mi ha trasmesso la sensazione che quanto mi venisse detto non fosse la verità, ma solo il modo in cui Zuckerman l’aveva immaginata.

Altra delusione.

Nelle 300 pagine che seguono ci vengono dette le stesse identiche cose che ha detto Jerry. La narrazione non ci mostra nessun ulteriore punto di vista, non va ad arricchire quanto dettoci dal fratello dello Svedese, ma va semplicemente a ripeterlo.

Un Déjà vù del quale ne avrei fatto volentieri a meno!

3/4 della storia è una lunga e monotona – i dialoghi sono ridotti al minimo – riflessione sul medesimo argomento: la politica e i cambiamenti che ha portato al paese; da italiana non ho trovato minimamente interessante la cosa, ma questo è sicuramente un mio limite.

L’unica cosa che ho amato di questo libro è stato leggere di come una vita, apparentemente perfetta, possa nascondere così tanto marcio sotto il tappeto; purtroppo questo aspetto, che era quello che mi aveva spinto a comprare e leggere il libro, non viene approfondito nel romanzo.

Ulteriore delusione.

In quanto allo stile dell’autore: “Signori, è Philip Roth”. Dubito che ci sia molto da dire. Scrive bene, sa essere ironico e drammatico, pungente e benevolo, mai fuori posto, sempre pronto a regalarci delle perle di saggezza ben accette da chi sa ascoltare.

Ho deciso di vedere anche il film per poter fare un confronto. Ma data la lunghezza di questa recensione ho deciso di parlarvi della pellicola cinematografica in un secondo tempo, così da non tediarvi fino al suicidio. Perciò la recensione di Pastorale Americana, tratto dall’omonimo libro, uscirà il prossimo mese.

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