L’incubo di Stella Bright

Era la notte del 31 ottobre e, come ogni anno, si stava recando a bordo della sua ford fiesta a casa del capo ufficio, per prendere parte a quella stupida festa in maschera.Procedeva lentamente, per quel sentiero di cui, dopo un anno, non aveva più memoria. La strada sterrata era stata resa fangosa dall’incessante pioggia di quel giorno e priva di illuminazione. Gli abbaglianti, due fari puntati nella notte, gli davano una visione parziale dell’ambiente che lo circondava.

Più avanti, nel bosco fitto e oscuro, qualcosa attendeva. Gli umani… involucri di carne dominati dalle emozioni; basta niente e si lasciano risucchiare da mille trappole, come una stupida festa! Cibo la cui anima alimentava la sua oscurità, un’autentica prelibatezza. Fame! Tanto prima o poi dovevano morire. Come un alligatore in attesa di una preda, aspettava pazientemente; non gli serviva un’esca per attirarli, facevano tutto da soli, vi si buttavano senza neppure accorgersene come quel cretino che stava sopraggiungendo in auto.

Mentre l’uomo procedeva lungo la strada, cominciò a cadere una pioggia fitta come un sipario composto da migliaia di aghi di vetro; già prima la visibilità era scarsa, ora era impossibile vedere qualcosa. Un brivido gli percorse la schiena, una bolla nera di paura si formò nelle viscere. Aveva paura di essere lì, di non vedere nulla oltre la pioggia illuminata dai fari, niente, solo oscurità. Con il respiro affannato fermò l’auto, nelle orecchie il rimbombo del proprio cuore impazzito; la pioggia, rimbalzando sulla carrozzeria, formava un alone traslucido e brillante. L’odore di metallo surriscaldato, di pneumatici, lo investì unito a una risata sguaiata che aumentò di volume quando le portiere si aprirono sbattendo.

Un gufo emise il suo lugubre richiamo. L’aria tremò, vibrò.

I suoi occhi terrorizzati scorsero un corpo enorme e nero delinearsi al di là della cortina d’acqua; la pioggia sfrigolava sul quel corpo mezzo bestia e mezzo uomo, artigli letali brillavano come coltelli affilati, le fauci spalancate, gli occhi due tizzoni ardenti. Si rannicchiò sul sedile facendosi piccolo, grondando sudore unto dalla pelle livida.

L’incubo godette specchiandosi in quei bulbi oculari spalancati: un corpo composto di insondabile oscurità, un pozzo oscuro senza possibilità di salvezza, trasudava malvagità e bruciava come l’inferno, gli occhi brillavano del fuoco della disperazione umana, le fauci grondavano il sangue delle sue vittime passate e future. Una mente di cui cibarsi, un corpo da spingere oltre la soglia della morte, e poiché l’appetito quella sera era grande avrebbe indugiato più del solito prima di sferrare il colpo finale alla sua preda. Ne avrebbe scandagliato i ricordi facendone emergere i peggiori per infliggere un’ulteriore tortura, per rendere più pepato un piatto già succulento. Avrebbe inflitto dolore, ma non gliene fregava un cazzo.

Lo afferrò. L’uomo pianse ricordando momenti tristi, la propria vita annoiata e banale; poi la peste che componeva il demone lo incenerì sciogliendo dall’interno le viscere oramai putride e ciò che rimase di lui venne squarciato, divorato con una spietatezza pari a mille inferni.

Il silenzio calò come un sudario pietoso su quel tratto di strada nel bosco, l’auto ronzava ancora in moto, abbandonata. La pioggia, cadendo pigra dal cielo, lavò via ogni traccia di sangue e carne, lasciando solo il profumo della terra bagnata portato del vento.

Dell’uomo non rimase nulla, cancellato dalla faccia della Terra, dai ricordi, una cosa priva di importanza.

L’incubo ora sapeva dove era la festa, bene, un banchetto lo attendeva.

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